Massimo Campigli
Tedesco di nascita, italiano di formazione, parigino per cultura, egizio, etrusco, romano, mediterraneo per elezione, solo in tempi relativamente recenti si è scoperto che era nato a Berlino e che il suo vero nome era Max Ihlenfeld, Campigli (Berlino, 1895 – Saint-Tropez, 1971) fu un artista colto, poliglotta, fu anche scrittore raffinato e riservato. Nella sua pittura si intrecciano geometrie e magie, memorie e simboli, sin dal 1928, momento in cui visita Roma dove resta affascinato dall’arte etrusca, e dalla ritrattistica romana del basso impero. Alle esperienze etrusche si mescolano quelle egizie del Fayum, poi copte, romane; è tutta l’arte mediterranea che lo ispira. Campigli, insomma, in sintonia col concetto di tempo assoluto espresso dal Ritorno all’ordine attinge a un passato complesso e stratificato, ove cerca di sospendere il presente e raggiungere, attraverso l’emergere dell’antico, una dimensione di eternità dipinta.
Nel dipinto Casa qui esposto sembrano riecheggiare le sue parole quando scrive nel suo testo Scrupoli del 1955: Nelle mie fantasticherie, le mie innamorate erano sempre prigioniere. Lo stile è quello adottato dall’artista già dai primi anni cinquanta, una crescente geometrizzazione che denuncia la ricerca dell’archetipo, del primitivo, attraverso l’annullamento della prospettiva, dove lo spazio della Casa è uno schema dentro al quale i corpi dei suoi nuovi “idoli” galleggiano irrigiditi e quasi esposti come in una vetrina museale.
Maison / Casa, 1960
olio su tela
93 x 116,4 cm
Courtesy FarsettiArte
